Riporto di seguito un mio intervento apparso su l’Adige di oggi.

La contrapposizione che qualcuno vuole dipingere tra la struttura pubblica di Villa Rosa e la casa di cura privata Eremo, offre l’occasione per alzare lo sguardo sul tema del sistema della riabilitazione in Trentino e proporre una visione d’insieme. Nella nostra provincia la sanità privata convenzionata copre circa il 6% della spesa sanitaria (72 milioni su 1,2 miliardi di euro), un dato che rende facilmente intuibile come la regia e la programmazione della sanità trentina siano saldamente in mano pubblica. Sulla riabilitazione, arrotondando, abbiamo 55.000 giornate convenzionate con strutture private per i pazienti residenti in Trentino (29.000 giornate per il solo Eremo), e circa 38.000 giornate in strutture pubbliche (31.000 Villa Rosa che si occupa anche di neuroriabilitazione e 7.000 Rovereto).

L’obiettivo di fondo deve essere quello di garantire il miglior servizio al cittadino nel modo più efficiente possibile, e sulla riabilitazione l’equilibrio può essere particolarmente virtuoso.

Vediamo come funziona nel concreto in Trentino. L’Azienda Sanitaria elabora i protocolli che disciplinano l’accesso dei pazienti alla riabilitazione e i criteri di trattamento previsti per ogni singola patologia; sono infatti i medici del sistema sanitario che individuano quale quadro clinico del paziente abbisogna di intervento riabilitativo. Quindi è la sanità pubblica, soprattutto le unità operative ospedaliere, che inviano il paziente con necessità riabilitative (in particolare dopo un intervento), alle strutture riabilitative sia pubbliche che private le quali devono operare sulla base di standard predefiniti e, per i privati, con tariffe prestabilite.

Nei mesi scorsi, all’interno di una complessiva necessità di razionalizzazione della spesa sanitaria in una logica di appropriatezza delle prestazioni erogate, la Provincia ha ridotto il numero delle giornate riabilitative in regime di ricovero a favore dei pazienti trentini, diminuzione che evidentemente ha avuto effetti sui budget delle strutture private. Con una in particolare, Eremo di Arco, ci sono stati mesi di tensione, perché il taglio previsto era stato superiore a quello delle altre strutture analoghe, nel 2017 il 22% in meno contro il 15% circa. Dopo aver preso atto dell’impegno del Consiglio Provinciale di rivedere una riduzione così forte, e dopo aver constatato che nel corso del 2015 l’invio di pazienti trentini ad Eremo da parte dei medici del sistema sanitario pubblico era stato significativamente maggiore rispetto alla previsione di riduzione, abbiamo riallineato il taglio, per cui ad Eremo sono state ridotte, rispetto al 2014, 2.850 giornate anziché 4.660.

Ma la riabilitazione non è tutta uguale e per questo non si può banalizzare il quadro riducendo il tutto a una contrapposizione tra ospedali pubblici e case di cura private.

Ci sono almeno due considerazioni da fare. La prima riguarda la capacità di attrarre pazienti da fuori provincia, la seconda la necessità di complementarietà operativa tra pubblico e privato per avere una prospettiva d’insieme per il futuro.

Sulla riabilitazione il sistema privato Trentino è riuscito a ritagliarsi una nicchia capace di grande attrattività (uno dei motivi per cui abbiamo un numero maggiore di posti letto rispetto ad altre regioni). Basti pensare che Eremo ha 24.000 giornate con pazienti provenienti da fuori provincia, generando così mobilità sanitaria attiva e quindi ricadute positive sulla qualità del servizio nonché indotto economico.

La fotografia dell’esistente ci mostra un’immagine in cui il pubblico si occupa prevalentemente della riabilitazione ambulatoriale e di quella di degenza complessa, mentre il privato si è ritagliato un ruolo importante nella riabilitazione motoria, cardiologica e respiratoria.

Ecco allora la chiave di lettura che vogliamo proporre. C’è una tipologia riabilitativa che viene svolta bene dalle strutture convenzionate, che seguono standard prefissati (su cui l’impegno del pubblico è di verificarne costantemente il rispetto) e che riescono a garantire confort e qualità a prezzi convenienti (anche per la maggiore flessibilità di cui gode il privato) per l’ente pubblico che invia i pazienti. C’è invece un’altra fascia di riabilitazione, più complessa, dove abbiamo la possibilità e la volontà di sviluppare maggiormente competenze e infrastrutture esistenti all’interno della sanità pubblica.

Il presidio riabilitativo di Villa Rosa sarà il cuore di questa impostazione. Oggi il suo carico di lavoro è già fortemente caratterizzato dalla riabilitazione neurologica e neuromotoria di alta complessità. Per questo ho dato mandato di avviare il percorso di attribuzione del cosiddetto codice 75, quello che identifica le attività di riabilitazione per i casi più complessi, dovuti a gravi cerebro lesioni acquisite, esiti da ictus e traumi, con un salto qualitativo importante. Valuteremo anche la possibilità di attribuire il codice 28 relativo alle unità spinali che trattano le gravissime lesioni della spina dorsale.

Villa Rosa si inserisce inoltre in un territorio, quello di Pergine e dell’Alta Valsugana, che può diventare un vero e proprio contesto di sinergie e reti per la disabilità; è partito il «Progetto Ausilia», un laboratorio territoriale per la progettazione personalizzata di soluzioni domotico- assistenziali per anziani e disabili, e numerose cooperative e associazioni stanno sperimentando forme innovative di assistenza in questo settore. Pubblico e privato quindi devono cooperare all’interno di un sistema comune – il Sistema Sanitario – svolgendo attività complementari in segmenti diversi della riabilitazione, ed innalzando la qualità complessiva e la capacità di dare risposte ai pazienti.

Luca Zeni

Discussion - One Comment
  1. Manuela Dalmeri

    ott 19, 2015  at 11:16

    caro Luca, tutto bene sulla carta. Ma il privato persegue obiettivi di profitto. Se la parola suona troppo forte parliamo di redditività. Comfort e qualità non sono nello standard, per il cui più basso livello si addicono meglio i termini di custodia e assistenza minima, non cura, non garanzia di ben-essere! Soprattutto nelle lungodegenze post-traumatiche. Frequentando le strutture per necessità si compone un quadro obiettivo, inconfutabile, esperito sul campo. Ed emerge come siano l’interesse per la cura e l’accudimento (nel pubblico) e gli interessi economici (nel privato) a determinare la qualità del servizio.

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