Negli incontri in giro per il Trentino che sto facendo in questi giorni, iniziano a essere una presenza costante le domande su Obama, su come la sua elezione potrebbe influire sulle nostre vita. Molti le pongono con curiosità, qualcuno invece lo chiede manifestando scetticismo, perchè, alla fine, per noi non cambia nulla.
Non sono d’accordo.
Certo, gli Stati Uniti hanno un sistema elettorale, politico, persino culturale, profondamente diverso dal nostro. Sono la terra delle grandi oppotunità e delle grandi contraddizioni, ma la storia di Barack Obama è profondamente intrecciata con la nostra.
Perchè? La storia di Obama, ci mette davanti agli occhi che la politica non è solo amministrazione del quotidiano, non è solo asfaltare strade. Certo, serve anche quello, ma all’interno di una prospettiva più alta, all’interno di una visione, di un sogno. Quando quarantacinque anni fa venne assassinato J.F. Kennedy, il trauma per gli americani non fu causato solo dal fatto che era stato ucciso il loro presidente, ma dal fatto che lui rappresentava il loro futuro, la loro speranza, il loro sogno.
L’elezione di Obama segnerebbe una nuova epoca, con un’onda che travolgerebbe la politica di tutto il mondo: significherebbe scegliere – in un momento di crisi economica, sociale, culturale tanto profonda – la via dell’apertura, del coraggio, invece che quella della paura che innalza muri.
E guardate che questo è esattamente il tema delle elezioni trentine, in scala molto più piccola. Si stanno fronteggiando due visioni del mondo, due visioni antropologiche.
Da un lato la chiusura senza se e senza ma della Lega, con uno spostamento dei confini dell’etica e della morale, nella vana credenza che in un mondo sempre più veloce e globale ci sia permesso toglierci dal flusso della storia.
Dall’altro lato un Partito Democratico che crede sia possibile coniugare l’autonomia, l’attenzione alla specificità storica, economica, culturale trentina, la capacità di autogoverno di una comunità, con la visione di un mondo aperto e interconnesso, che ci fa sostenere oggi Barack Obama, con cui condiviamo lo stesso afflato. Perchè solo una forza politica capace di unire, forte e collegata con storie politiche nazionali e internazionali, può incidere davvero sulle sorti della nostra comunità. Il localismo è sterile.
Non so se Obama ce la farà, esiste un fattore, quello razziale, che non è ponderabile nei sondaggi, e che non sappiamo quanto inciderà al momento del voto. Però Obama ha segnato una via, ha tracciato una rotta, e, vada come vada il 4 novembre, il mondo – ed il Trentino con esso – non può che scegliere quella direzione. Per i nostri figli, per le prossime generazioni.

Riporto ora il discorso integrale che Barack Obama ha tenuto a Berlino il 24 luglio scorso. Se sarà eletto, sarà un discorso che resterà nella storia.
Luca

IL DISCORSO INTEGRALE DI BARACK OBAMA A BERLINO, 24 LUGLIO 2008

Ringrazio i cittadini di Berlino e tutto il popolo tedesco. Vorrei ringraziare anche il Cancelliere Signora Merkel e il ministro degli Esteri Steinmeier per l’accoglienza che mi hanno riservato. Grazie al sindaco Wowereit, ringrazio il Senato di Berlino, le forze di polizia. Soprattutto grazie per questo vostro benvenuto.

Io vengo a Berlino seguendo le orme di molti miei concittadini venuti prima di me. Questa sera vi parlo non come candidato alle elezioni presidenziali, ma come cittadino, un cittadino degli Stati Uniti fiero di essere tale e un cittadino del mondo dunque anche vostro concittadino.

So di non somigliare agli altri americani che prima di me hanno tenuto discorsi in questa grande città. La strada che mi ha condotto qui è stata fortuita. Mia madre è nata nell’entroterra d’America, mio padre, invece, è nato in Kenya, dove fin da piccolo pascolava capre. Suo padre, mio nonno, faceva il cuoco e serviva nelle case degli inglesi.

Nel bel mezzo della guerra fredda mio padre decise, e come lui molti che vivevano negli angoli più sperduti della terra, che il suo sogno, la sua grande aspirazione richiedevano, per realizzarsi, la libertà e le opportunità che l’Occidente prometteva. Così scrisse lettere a molte università sparse per tutta l’America finché qualcuno, da qualche parte, raccolse il suo appello per una vita migliore.

Ecco perché sono qui. E voi siete qui perché anche voi conoscete quel tipo di aspettativa. Questa città, più di qualunque altra, conosce l’anelito alla libertà. Voi tutti sapete che la sola ragione per cui siamo qui riuniti stasera è perché donne e uomini di entrambe le nostre nazioni si sono uniti, anche lottando e sacrificandosi, per ottenere questa vita migliore.

Il nostro è un sodalizio cominciato nell’estate di sessant’anni fa, il giorno in cui il primo aereo americano toccò il suolo di Templehof.

All’epoca, gran parte di questo continente era ancora in rovina. Eppure, le macerie di questa città un giorno sarebbero servite a erigere un muro. L’ombra Sovietica si era allungata su tutta l’Europa orientale, mentre in Occidente l’America, la Gran Bretagna e la Francia inventariavano le loro perdite e meditavano su come si sarebbe potuto ricostruire il mondo.

E’ qui che le due parti si sono incontrate. E il 24 giugno 1948 i comunisti decisero di isolare la parte occidentale della città. Tagliarono alimenti e forniture a più di due milioni di tedeschi, cercando così di spegnere l’ultimo guizzo di libertà nella città di Berlino.

Le nostre forze non potevano reggere il confronto con la ben più potente armata sovietica. E tuttavia una nostra ritirata avrebbe permesso al comunismo di marciare sull’Europa. Laddove era finita l’ultima guerra mondiale avrebbe potuto facilmente iniziarne un’altra. Rimaneva un solo ostacolo: Berlino.

E fu allora che cominciò il ponte aereo. Fu allora che la più vasta e più improbabile operazione di soccorso della storia portò cibo e speranza alla gente di questa città.

Tutto sembrava ostacolare il successo dell’operazione. D’inverno il cielo era reso impraticabile da una fitta nebbia e molti aerei furono costretti a tornare indietro senza poter depositare i rifornimenti necessari. Le strade dove siamo oggi in questo momento erano gremite allora di famiglie affamate che nulla proteggeva dal freddo.

Ma anche nelle ore più buie il popolo berlinese manteneva accesa la fiamma della speranza. Era un popolo che si rifiutava di arrendersi. Finché un giorno d’autunno centinaia di migliaia di berlinesi si sono radunati davanti al famoso zoo per ascoltare il sindaco della città che invocava il mondo affinché non rinunciasse al sogno della libertà. “Abbiamo una sola possibilità – disse – che è quella di rimanere uniti finché questa battaglia non sarà vinta… La gente di Berlino ha parlato. Noi tutti abbiamo fatto il nostro dovere e continueremo a farlo. Gente del mondo intero, ora sta a voi fare il vostro dovere… Popoli di tutto il mondo, volgete il vostro sguardo a Berlino!”

Popoli di tutto il mondo rivolgete lo sguardo a Berlino!

Guardate Berlino, dove tedeschi e americani hanno imparato a lavorare insieme e a fidarsi gli uni degli altri ad appena tre anni dalla fine del sanguinoso conflitto che li ha visti nemici.

Guardate Berlino, dove la determinazione di un popolo ha incontrato la generosità del piano Marshall e ha dato vita al miracolo tedesco, dove una vittoria sulla tirannia ha portato al patto atlantico, la più grande alleanza mai stretta per difendere la sicurezza di noi tutti.

Guardate Berlino, dove i buchi delle pallottole negli edifici e nei cupi pilastri poco distanti dalla porta di Brandeburgo ci ricordano che non dobbiamo mai dimenticare la nostra comune appartenenza alla stessa famiglia umana.
Popoli di tutto il mondo guardate Berlino, dove è caduto un muro e un continente si è riunito e la storia ha potuto dimostrare che non esiste sfida troppo ardita per un mondo che non vuole essere diviso.
Sessant’anni dopo il ponte aereo, di nuovo la storia fa appello a tutti noi. Questa storia ci ha condotti a un nuovo bivio, con nuove promesse e nuovi pericoli. Quando voi tedeschi avete abbattuto quel muro – un muro che divideva l’Oriente dall’Occidente, la libertà dalla tirannia, la paura dalla speranza – molti altri muri sono crollati nel resto del mondo. Da Kiev a Cape Town, chiusi i campi di prigionia, aperte le porte alla democrazia. Anche i mercati si sono aperti mentre l’informazione e la tecnologia abbattevano via via ogni ostacolo alla prosperità e alle opportunità di vita. Mentre il ventesimo secolo ci ha insegnato che condividiamo un destino comune, il ventunesimo secolo ci sta svelando un mondo che interagisce intensamente come mai prima nella storia dell’umanità.
La caduta del muro di Berlino ha portato una nuova speranza. Eppure proprio questa riunificazione ha determinato nuovi pericoli che i confini di un solo Paese non riescono a contenere e neanche la distesa di un oceano.
I terroristi dell’11 settembre hanno ordito il loro complotto ad Amburgo e sono stati addestrati a Kandahar e Karachi per poi uccidere sul suolo americano migliaia di persone del mondo intero.
Mentre parliamo, le automobili di Boston e le industrie di Pechino stanno sciogliendo la calotta artica, erodendo le coste dell’Atlantico e portando siccità ai terreni agricoli dal Kansas al Kenya.
Le scorie nucleari malamente custodite nelle centrali della ex Unione Sovietica, o i segreti celati da uno scienziato pachistano potrebbero dar luogo a una bomba da far esplodere, chissà, a Parigi. I papaveri dell’Afghanistan diventano l’eroina che circola qui a Berlino. La povertà e la violenza in Somalia anch’esse alimentano il terrore di domani. Il genocidio nel Darfur ammanta di vergogna la coscienza di noi tutti.
In questo nuovo mondo tali correnti pericolose corrono più veloci dei nostri sforzi per contenerle. Ecco perché non possiamo permetterci di essere divisi. Nessuna nazione per quanto grande e potente può da sola sconfiggere questi nemici. Nessuno di noi può negare queste minacce o scaricare la propria responsabilità nel farvi fronte. Eppure, in assenza dei carri armati sovietici e di quel terribile muro, dimentichiamo con troppa facilità quanto tutto questo sia vero. Se siamo onesti gli uni con gli altri, possiamo riconoscere che a volte, su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo ceduto a una certa divergenza di opinioni dimenticando il nostro destino comune.
In Europa troppo spesso purtroppo si pensa che l’America faccia parte degli aspetti negativi del nostro mondo, invece di essere vista come una forza che può aiutare a renderlo più giusto. In America c’è chi deride e nega l’importanza del ruolo che ha l’Europa nel nostro futuro e nella tutela della nostra sicurezza. In entrambi questi punti di vista manca quell’aspetto di verità che consiste nell’ammettere che gli europei di oggi si fanno carico di nuovi oneri e di nuove responsabilità anche in regioni critiche del mondo, proprio come fecero gli americani costruendo le loro basi nel secolo scorso, basi che tuttora tutelano la sicurezza di questo continente. E allo stesso modo il nostro paese ancora si sacrifica in grande misura per la libertà in tutto il pianeta.
Sì, ci sono state divergenze fra l’America e l’Europa. E senza dubbio altre ce ne saranno in futuro. Tuttavia, gli oneri di questa “cittadinanza globale” continuano a tenerci uniti. Non sarà un cambio della leadership a Washington a sollevarci da queste responsabilità. In questo nuovo secolo, si richiede sia agli americani che agli europei di fare di più , e non certo di meno. La collaborazione e il sodalizio fra nazioni non è una scelta, è una strada obbligata, la sola via da percorrere per proteggere la nostra comune sicurezza e per portare avanti l’umanità di cui tutti siamo parte.
Ecco perché il pericolo più grave fra tutti è quello di permettere che nuovi muri ci dividano. Muri fra gli alleati delle due sponde dell’Atlantico non potranno mai reggere, così come non reggeranno muri che dividano i paesi che hanno tutto da quelli che non hanno niente. Muri fra razze e tribù, fra nativi di uno stato e immigrati, muri che dividano cristiani, mussulmani ed ebrei. Sono questi i muri che oggi ci si chiede di abbattere.
Sappiamo bene che già prima d’oggi muri simili si sono infranti. Dopo secoli di guerre, i popoli europei hanno dato vita a un’Unione fatta di promesse e prosperità. Qui, oggi, ai piedi di questo stele alla vittoria in guerra, noi ci incontriamo nel cuore di un’Europa in pace. Non soltanto è stato abbattuto il muro di Berlino, ma altri ne sono crollati a Belfast, dove protestanti e cattolici hanno trovato un modo per convivere civilmente, nei Balcani, dove grazie alla nostra alleanza atlantica sono finiti i conflitti e i criminali di guerra sono stati consegnati alla giustizia e poi in Sudafrica, dove la lotta di persone coraggiose ha finalmente sconfitto l’Apartheid.
In altre parole, la storia ci ricorda sempre che i muri possono essere abbattuti. Il compito, tuttavia, non è mai facile. Il vero sodalizio e i veri progressi richiedono un lavoro costante e un livello di sacrificio sempre alto. Bisogna condividere il peso dello sviluppo e degli sforzi diplomatici, del progresso e della pace. Bisogna che gli alleati si ascoltino gli uni con gli altri, imparino sempre qualcosa gli uni dagli altri, e soprattutto si fidino gli uni degli altri.
Per questa ragione né all’America né all’Europa è consentito di ripiegarsi su se stesse. L’America non potrebbe avere alleato migliore dell’Europa. E’ arrivato il momento di costruire nuovi ponti su tutto il pianeta, ponti solidi come quello che collega noi americani a voi alleati europei attraverso l’Atlantico. E’ venuto il momento di unirsi attraverso una collaborazione costante, istituzioni forti, sacrifici condivisi e un impegno globale per il progresso, volto ad affrontare le sfide del 21 esimo secolo. Fu questo lo spirito che condusse sopra Berlino gli apparecchi del ponte aereo nel 1948. Fu questo lo spirito che radunò allora il popolo berlinese proprio qui, dove siamo noi stasera. E’ arrivato il momento per il nostro paese, per il vostro, e per tutte le nazioni, di risvegliare quello spirito a nuova vita.
E’ arrivato il momento di sgominare il terrorismo e di prosciugare il pozzo degli estremismi che lo sostengono. Qui si parla di una minaccia reale e nessuno di noi può tirarsi indietro e rifiutare la responsabilità di combatterla. Come siamo stati capaci di fondare la NATO per far fronte all’Unione Sovietica, così saremo in grado di unirci in un nuovo sodalizio globale capace di smantellare la rete (terroristica) che ha colpito il mondo da Madrid ad Amman, da Londra a Bali, da Washington a New York. Se siamo riusciti a vincere la battaglia ideologica contro il comunismo, riusciremo anche a fare fronte comune con la maggioranza dei mussulmani, quelli cioè che rifiutano l’estremismo in quanto fonte di odio anziché di speranza.
E’ arrivato il momento di rinnovare il nostro fermo impegno a snidare i terroristi che minacciano la nostra sicurezza in Afghanistan e i trafficanti che spacciano droga nelle vostre strade. Nessuno auspica la guerra. Prendo atto delle enormi difficoltà in Afghanistan. E tuttavia, il mio e il vostro paese devono puntare al successo di questa prima missione della NATO oltre i confini dell’Europa. Per il popolo Afgano e per la sicurezza di noi tutti, la missione dovrà essere compiuta. L’America non può farcela da sola. Il popolo afgano ha bisogno delle nostre come delle vostre truppe, del nostro come del vostro appoggio per battere Al Qaeda e i Talebani, per far avanzare la sua economia, per riuscire a ricostruire il paese. Troppo alta è la posta in gioco per ritirarsi.
E’ arrivato il momento di ribadire il nostro obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari. Le due superpotenze che si sono affrontate in questa città da una parte all’altra del muro, troppo spesso sono arrivate molto vicine a distruggere ciò che tutti noi abbiamo costruito e che amiamo. Caduto quel muro, non dobbiamo tuttavia abbassare la guardia e assistere senza battere ciglio all’ulteriore espandersi di quell’atomo letale. E’ urgente ormai rendere inoffensivi tutti i detriti nucleari sparsi sul pianeta, fermare la corsa agli armamenti nucleari e ridurre gli arsenali che ormai appartengono a un’altra era. Questo è il momento di perseguire la pace in un mondo definitivamente libero dalle armi nucleari. Per ogni nazione europea, è giunto infine il momento di determinare il proprio futuro, un futuro libero dalle ombre del passato. In questo secolo, abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte, che consolidi al massimo la sicurezza e la prosperità di questo continente, pur non negando un aiuto ad altri. In questo secolo – e proprio in questa “città delle città” – dobbiamo ripudiare la mentalità da guerra fredda che ha funestato il nostro passato e deciderci a collaborare, quando è possibile, con la Russia, a difendere i nostri valori quando è necessario a perseguire un sodalizio che coinvolga la totalità di questo continente.
E’ arrivato il momento di costruire sulla ricchezza che i liberi mercati hanno creato e di suddividere in modo più equo i suoi benefici. Il (libero) commercio ha rappresentato una pietra miliare sul cammino della nostra crescita e dello sviluppo globale. Tuttavia, si tratta di una crescita che non saremo in grado di sostenere se essa rimarrà appannaggio di pochi e non patrimonio di molti. Insieme, dovremo creare un mercato volto a compensare concretamente quel lavoro che ha permesso la ricchezza, e proteggere con forza le nostre popolazioni e il nostro pianeta. E’ giunto il momento di aderire a un mercato che sia davvero libero ed equo per tutti.
Questo è il momento in cui noi tutti dobbiamo contribuire a dare una risposta all’attesa di “un’alba nuova” in Medio Oriente. Il mio paese deve unirsi al vostro e all’Europa tutta nell’indirizzare all’Iran un messaggio chiaro e cioè che dovrà abbandonare le sue ambizioni nucleari. Dobbiamo appoggiare i libanesi che hanno lottato e dato il loro sangue per la democrazia, dobbiamo appoggiare gli israeliani e i palestinesi che sono alla ricerca di una pace lunga e duratura. Malgrado i dissapori del passato, in questo momento il mondo intero dovrebbe aiutare i milioni di iracheni che stanno tentando di ricostruire le loro vite. Questo avverrà anche grazie al passaggio delle consegne al governo iracheno mentre cercheremo di porre fine a questa guerra.
E’ il momento di unirci tutti per salvare questo nostro pianeta. Dobbiamo decidere tutti, unanimemente, che non lasceremo ai nostri figli un pianeta dove le acque degli oceani salgono mentre la siccità e la fame dilagano e tempeste violentissime devastano i nostri paesi. Stabiliamo che ciascuno dei nostri paesi, incluso il mio, dovrà agire per ridurre le emissioni di anidride carbonica nella nostra atmosfera dimostrando la stessa serietà e determinazione di cui la Germania ha sempre dato prova. E’ arrivato il momento di restituire ai nostri figli il loro futuro. E’ arrivato il momento di fare fronte comune.
Ed è anche il momento di incoraggiare coloro che sono rimasti indietro, travolti dalla globalizzazione. Dobbiamo sempre tenere a mente che la guerra fredda, nata proprio in questa città, non fu una guerra per la conquista di terre o di tesori. Sessant’anni fa, gli aerei che sorvolavano Berlino non lanciavano bombe, ma cibo, carbone e caramelle per i bambini. E in quella gara di solidarietà, i piloti vinsero ben più di una battaglia convenzionale. Conquistarono cuori e menti, amore, lealtà e fiducia e non soltanto dagli abitanti di questa città, ma da tutti quelli che seppero della loro impresa nei cieli di Berlino.
Oggi il mondo sta a guardare e ricorderà in futuro quello che stiamo facendo noi qui, e cosa ci proponiamo di fare. Il mondo si chiede se tenderemo la mano ai diseredati negli angoli più oscuri e negletti del pianeta, gente che sogna una vita all’insegna della dignità e delle opportunità, della sicurezza e della giustizia. Se salveremo i bambini del Banghladesh dall’estrema indigenza, se daremo un tetto ai profughi del Chad e se sconfiggeremo il flagello della nostra epoca, l’AIDS.
Si chiede se sosterremo i diritti umani difesi dai dissidenti birmani, i blogger in Iran e gli elettori dello Z.imbabwe. Se daremo un senso alle parole “Mai Più” (“Nie Wieder”) anche nel Darfur.
Tutte le nazioni si chiedono se ci rendiamo conto che l’esempio dato al mondo da ognuno dei nostri paesi è il più forte che possa esistere. Si chiedono se metteremo al bando la tortura e se sosterremo lo stato di diritto. Se accoglieremo gli immigranti provenienti da paesi diversi mettendo fine alle discriminazioni verso chi non ha il nostro stesso colore o la nostra stessa fede. Si chiedono se manterremo la nostra promessa riguardo all’uguaglianza e alle stesse opportunità per tutti. Popolo di Berlino, nazioni di tutto il mondo, questo è il nostro momento, il nostro tempo è arrivato.
So che il mio paese non può dirsi perfetto. Ci sono stati momenti in cui è stato duro mantenere le promesse di libertà e uguaglianza fatte a tutto il nostro popolo. Abbiamo commesso la nostra parte di errori. In alcuni casi, le nostre azioni nel mondo intero non sono state all’altezza delle nostre sia pur migliori intenzioni.
Ma so altrettanto bene quanto io ami l’America. So che per oltre due secoli ci siamo battuti – con costi e sacrifici immensi – per costruire un’unione più solida e per cercare, con l’aiuto di altre nazioni, di dare nuove speranze al mondo. Nessun regno e nessuna tribù ha mai potuto vantare la nostra fedeltà esclusiva, giacché il nostro è un paese dove si parlano tutte le lingue, dove molte diverse culture hanno lasciato nella nostra la loro impronta e dove ogni opinione viene liberamente espressa sulle pubbliche piazze. Quello che ci ha sempre uniti, quello che sostiene tutto il nostro popolo e gli dà forza, quello che attirò mio padre sulle rive dell’America è un concerto di ideali che risponde alle aspirazioni di tutti : poter vivere liberi dalla paura e dalle privazioni, potersi esprimere apertamente, unirsi, associarsi con chi si desideri e infine professare liberamente la propria fede.
Queste sono le stesse aspirazioni che hanno accomunato i destini di nazioni diverse in questa città. Queste aspirazioni sono più forti di qualsiasi cosa voglia dividerci ed è in nome di queste aspirazioni che iniziò il ponte aereo e che le persone libere del mondo intero sono diventate cittadini di Berlino. E’ dunque perseguendo queste aspirazioni che la nuova generazione – la nostra generazione – deve imprimere la sua impronta al mondo.
Popolo di Berlino, popoli del mondo, questa è una sfida di enormi proporzioni. Ci aspetta un lungo cammino. Ma io sono qui fra voi per annunciarvi che siamo gli eredi di una battaglia per la libertà. Siamo un popolo di audaci speranze. Abbiamo gli occhi rivolti al futuro, il cuore traboccante di risolutezza. Teniamo a mente la storia, rispondiamo alla chiamata del nostro destino e, ancora una volta, cambiamo il mondo.

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