Discusso in aula l’accordo tra lo Stato e la Provincia di Trento. Il Presidente Rossi ha illustrato una sintesi dell’accordo, non il testo. Il dibattito è stato su tale sintesi.

Fortunatamente abbiamo potuto recuperare il testo, distribuito ai consiglieri altoatesini.

In allegato la relazione del Presidente Rossi e il testo dell’accordo. Di seguito la traccia dell’intervento che ho svolto in aula.

In realtà, dopo la lettura del testo, accanto ad alcuni aspetti positivi come la previsione sull’adeguamento al nuovo sistema della contabilità pubblica (è fondamentale per poter avere bilanci leggibili e chiari), il problema di fondo mi pare essere che la Provincia riconosce importanti somme allo Stato, a fronte di una più facile possibilità di spesa nell’immediato, senza però un termine, quindi con le caratteristiche di una modifica “strutturale”, mentre un accordo transitorio sarebbe stato più consono, in attesa di adeguare lo Statuto di autonomia alla nuova riforma costituzionale in maniera organica.

Per la prima volta si indicano cifre invece che parametri (9/10 etc), come si fa quando il riferimento è al breve termine. Inoltre si insiste nell’approccio “diteci quanto dobbiamo pagare, poi però lasciateci in pace (anche se ci sono alcuni riferimenti che lasciano aperte le porte all’intervento statale)”, ma questo approccio può valere se si proponesse un referendum “modello Scozia”, per chiedere l’indipendenza, mentre è incompatibile con l’appartenenza ad una Repubblica; per questo sarà il contesto socio economico generale a determinare se le “ingerenze” statali continueranno o meno.

 

Intervento in aula:

L’accordo tra la Provincia e lo Stato che rivede i rapporti finanziari per la PAT si inserisce in un contesto difficile per il nostro Paese, e non era sicuramente facile ottenere risultati eclatanti, tuttavia l’importanza delle disposizioni assunte meritano un commento.

Partiamo dal metodo. Criticammo nel 2009 l’interpretazione dell’articolo 104 dello Statuto di Autonomia, che prevede l’accordo tra Provincia e Stato per la modifica del titolo VI dello Statuto stesso, per cui il Presidente Dellai si mosse con una riservatezza molto grande, senza coinvolgimento del Consiglio. Per “sanare” il tutto si chiese al Consiglio di ratificare l’accordo, e il consiglio approvò una risoluzione che “prese atto” dell’accordo già concluso.

In questo caso ci pare che se dal punto di vista della comunicazione precedente c’è stata sicuramente più comunicazione verso l’opinione pubblica, dal punto di vista delle istituzioni siamo andati oltre, perché è davvero paradossale dibattere di un accordo di cui non abbiamo il testo. Se non è stato firmato alcun accordo, allora non possiamo che sottolineare positivamente la discussione su delle ipotesi in campo, ma se la firma ci fu, il testo non può essere modificato unilateralmente dalla provincia, per cui sarebbe doveroso averlo a disposizione per valutarlo, al di là della sintesi della relazione. Non credo nemmeno che serva una delibera della giunta, il presidente rappresenta la provincia direttamente; credo sarebbe istituzionalmente più corretto chiedere al consiglio la ratifica, almeno con una presa d’atto, come nel 2009.

Ma al di là della questione dell’interpretazione dello statuto di autonomia sulle modalità di modifica dello stesso, questione non secondaria trattandosi della nostra costituzione e rappresentando ogni modifica un precedente, veniamo al merito.

Il precedente è l’Accordo di Milano del 2009 aveva il merito di disegnare un quadro complessivo (e lo dice chi all’epoca, piuttosto solitario, sottolineò la fragilità della parte legata alle uscite, timore poi concretizzatosi), in questo caso la visione complessiva manca.

Abbiamo discusso più volte in quest’aula della condivisione di una proposta forte, alta, che potesse essere modello per il Paese, quale quella del residuo fiscale. Sappiamo che nella sua formulazione originale, con i 9/10, non era esportabile e per questo debole, ma modificando le cifre, quella era una proposta che sottintendeva una visione, e ci vedeva protagonisti del confronto.

Dobbiamo constatare che non siamo stati in grado di partire da quella proposta per condividere con le altre Regioni una proposta in grado di cambiare i rapporti tra stato e territori. Non che fosse facile, ci mancherebbe, ma abbiamo dovuto cedere la palla e subire il gioco altrui.

Ci è difficile entrare nel merito dell’accordo siglato, perché senza il testo sarebbe poco serio farlo. Dalle cifre indicate il lato positivo è quello indicato da molti, ovvero una minore tensione nei rapporti con lo Stato, con il quale abbiamo un contenzioso che ha raggiunto un punto di esasperazione, e sul quale evidentemente abbiamo avuto l’impressione che, come abbiamo avuto modo di dire in passato, tra il rispetto dell’autonomia e il principio dell’unità dello Stato, in situazione di emergenza, prevarrà sempre di più il secondo, nella giurisprudenza della Corte. Perché se non fosse questo il timore, evidentemente anche per lo stato non era una situazione facile quella di ricorsi pendenti che avrebbe potuto vederlo soccombente. Ma questo varrà anche in futuro, e realisticamente le previsioni che arrivano oltre il 2020 faticano nella prospettiva del cittadino a essere percepite come blindate: siamo legati comunque inscindibilmente al destino del Paese e dell’Europa, pensare di esserne esenti.

Le cifre dell’accordo sono sicuramente molto significative, anche se stabilizzate rispetto all’incertezza di oggi.

Forse il passaggio più significativo di tutta la relazione è quello relativo all’uscita del patto di stabilità. Penso che siamo tutti d’accordo che la disciplina del patto di stabilità è iniqua, quindi non possiamo che vedere con favore la previsione. Tra l’altro in futuro sarà probabilmente sempre più difficile aggirare il patto, perché prima o poi Cassa del Trentino sarà fatta rientrare dentro la cornice del sistema pubblico, perché è chiaro che dev’essere il bilancio consolidato del sistema a contare.

Mi permetto una valutazione, che chiarisco non vuole essere polemica, semplicemente un rischio che potrebbe emergere da una interpretazione sbagliata delle pagine che ci ha consegnato. Il rischio che l’accordo complessivo scambi di fatto il riconoscimento, oggi oggetto di contenzioso, di somme ingenti dovute allo Stato, con la possibilità di spendere di più subito. Questo non si può rilevare dalla relazione, dovremo vedere il testo finale, però il fine alto dev’essere la possibilità di maggiore certezza per la programmazione delle risorse, con un occhio all’oggi per rilanciare il sistema socio economico, e un occhio al domani. Il fine non può essere quello di spendere tutto quello che si può oggi, e al domani penseremo poi. Ma sono certo che questo rischio sarà evitato dal testo dell’accordo.

Un ultima considerazione sulle nuove deleghe: non è specificato, ma immagino che tutta la parte relativa al contenuto delle stesse sia rimandato a norme di attuazione, che è il meccanismo pattizio che più garantisce la nostra autonomia.

Ma come dicevo all’inizio, per una valutazione puntuale dell’accordo attendiamo il testo, da questa prima analisi ci pare che forse la metafora più azzeccata è quella che lo paragona a un pareggio in ambito calcistico.

Concludo con l’auspicio che il Paese riesca a imboccare di nuovo la via di uno sviluppo capace di rilanciare prima di tutto la fiducia nei cittadini, e che noi riusciremo a fare la nostra parte, anche perché, se così non fosse, nutro poche speranza nell’efficacia dell’intervento dell’esercito austriaco.

 

 

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Intervento Rossi 17 ottobre 2014

 

 

 

 

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