Sono circa un miliardo le persone che vivono in Paesi molto poveri, tagliati fuori dal processo di sviluppo dell’economia mondiale. Possiamo chiudere gli occhi e non pensarci? Il 25esimo anniversario di attività dell’ACAV, la principale ONG trentina, è stato l’occasione per inaugurare alcune opere realizzate in Uganda anche grazie ai finanziamenti della Provincia di Trento. ACAV ha scelto di concentrare le sue energie nella zona nord-ovest dell’Uganda, nel distretto di Koboko – una provincia come noi terra di confine – di circa 200.000 persone sul confine con Repubblica Democratica del Congo e Sudan.

Oggi nel mondo la maggior parte dei Paesi ha già imboccato la via dello sviluppo economico: le loro economie stanno crescendo velocemente. Ma ci sono alcuni Stati che sono inesorabilmente rimasti indietro, e il divario con il resto del mondo sta aumentando.
Come è possibile intervenire?
La portata del problema è tale che prevale la sfiducia, l’idea che la situazione non possa essere cambiata. In realtà qualcosa si può fare.Innanzitutto occorre distinguere le situazioni di emergenza da quelle di povertà strutturale.
I casi davvero drammatici, di persone che muoiono sulla strada per stenti e fame, tranne nei casi di eventi naturali, sono limitati ai casi di guerre civili, con profughi e rifugiati che dipendono totalmente dal sostegno di altri.
Nelle situazioni di (relativa) stabilità politica, invece la povertà consiste non nell’assenza totale di cibo, ma in quella totale di servizi e infrastrutture.
In Uganda la fertilità della terra colpisce tanto quanto la mancanza di igiene, di fognature, di accesso all’acqua. Le malattie trovano così il terreno ideale per diffondersi. Al contempo mancano anche le infrastrutture minime per consentire la crescita economica.
Ci sono due direzioni da seguire in questo contesto per consentire un’inversione di tendenza:
-         In primo luogo non possiamo abbandonare il sostegno diretto, con aiuti e progetti di sviluppo che consentano a queste popolazioni di avvicinarsi a condizioni di vita dignitose. è necessario concentrare gli aiuti in questi Paesi così poveri, rispetto a quelli che hanno già imboccato la strada dello sviluppo. L’estesa corruzione e la poca preparazione della classe dirigente dei Paesi africani rende necessario collaborare e supervisionare costantemente la realizzazione dei progetti, piuttosto che limitarsi a fornire denaro alle autorità locali. Gli interventi di ACAV vanno proprio nella giusta direzione: una struttura costituita soprattutto da persone ugandesi, per far crescere sul posto competenze e professionalità; collaborazione con la comunità, senza imporre dall’alto i progetti ma anche senza delegare completamente ad amministrazioni spesso impreparate; creazione di una collaborazione transfrontaliera per evitare diseguaglianze di sviluppo che potrebbero creare instabilità politica.
-       In secondo luogo vanno creati i presupposti per lo sviluppo di un’economia capace di crescere in un contesto internazionale, sia realizzando infrastrutture, sia investendo in maniera decisa in formazione. Ci sono due luoghi comuni da sfatare in proposito.
·        Il primo, caratteristico della destra neoliberista, sostiene che solo il mercato, con la sua mano invisibile, può far uscire questi Paesi dalla povertà. Purtroppo non è così: il quadro è talmente compromesso da rendere necessari interventi esterni importanti.
·        Il secondo, tipico della sinistra no global, pretende di negare il beneficio portato dall’economia internazionale. L’Unione Europea è proprio un esempio di come la collaborazione economica tra Stati ed il libero scambio di merci e persone, porti ad una efficace convergenza tra le diverse economie. In Africa invece un tentativo simile fino a ora è stato fallimentare, per l’estrema debolezza delle economie di tutti quei Paesi: la convergenza può infatti avvenire soltanto se il mercato si apre ad economie forti come quelle occidentali. Per riuscirci servono politiche economiche che facilitino gli scambi, e interventi infrastrutturali che rendano reale le possibilità di esportazioni.
Tutte queste politiche trovano però l’ostacolo maggiore nell’ipocrisia di fondo che caratterizza non soltanto la linea politica, ma anche l’opinione pubblica occidentale.
Aprire maggiormente i mercati significa anche aprirsi alla concorrenza di questi Paesi, e questo comporta l’esigenza di innovare e rinnovarsi. Spesso si preferisce invece favorire le imprese europee, sebbene sul lungo periodo risulti antieconomico, con misure di sostegno di efficacia limitata nel tempo.
L’esempio dei processi macroeconomici può essere utile anche per la riflessione sulla strada che deve imboccare oggi il Trentino. Sarà importante nei prossimi anni riuscire a favorire il decentramento amministrativo e una maggiore spinta imprenditoriale, per evitare che le risorse di cui disponiamo oggi finiscano per essere un disincentivo alla crescita economica.
La malattia che finisce per penalizzare l’economia dei Paesi poveri ricchi di materie prime e quella dei Paesi caratterizzati da importanti interventi di sostegno al bilancio statale, prende il nome di  “malattia olandese”, dal processo che si era avviato in Olanda a seguito della scoperta di giacimenti di petrolio. Questo meccanismo fa sì che la presenza di una fonte di entrata importante comporta lo sviluppo solamente di un settore o faccia crescere a dismisura la pubblica amministrazione. L’economia si “siede”, lo spirito imprenditoriale si assopisce, i settori non si differenziano e quando la fonte di entrata si esaurisce, l’economia è impreparata a competere sullo scenario internazionale.
La comunità trentina sta già contribuendo a migliorare le condizioni di questi popoli. Per farlo nel migliore dei modi sarà importante concentrare la nostra attenzione in maniera significativa su alcune aree problematiche e lavorare su un territorio specifico insieme alla comunità locale, come sta facendo ACAV. Cercare di favorire gli scambi commerciali con queste zone potrà inoltre essere un’ulteriore linea di intervento capace di consentire ad una Provincia come la nostra di fare qualcosa di importante per quelle popolazioni.

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