Buongiorno a tutti. Sono trascorsi alcuni giorni dalla tragedia della Val di Fassa. Ieri al funerale c’era una folla immensa, a testimonianza di quanto la morte di Alessandro Dantone, Diego Perathoner, Luca Prinoth ed Erwin Riz abbia toccato profondamente tutta la comunità trentina. Inoltro un intervento pubblicato oggi sull’Adige, una riflessione sull’andare in montagna.

Morire in montagna per salvare altre vite.
Queste parole implicano due aspetti, che riguardano entrambi le radici dell’animo umano.
Salvare altre vite. Per volontariato.
Ma perché migliaia di persone, nel solo Trentino, dedicano così tante energie nei corpi dei vigili del fuoco, nel soccorso alpino, nelle associazioni di pronto intervento? Perché si sceglie di sottrarre tempo al lavoro, alla famiglia, rischiando spesso la propria vita, per aiutare persone in difficoltà?
Il Trentino vive questo impegno civile in proporzioni che hanno pochi paragoni al mondo.
Forse – nonostante  l’individualismo imperante di quest’epoca confusa – è ancora radicata nella nostra cultura la storia di un popolo di montagna che è riuscito a far fronte alle difficoltà  di una terra aspra con la capacità  di essere comunità.
La solidarietà di chi, insieme, riesce a garantire un futuro ai propri figli. La solidarietà di chi nel volto dell’altro trova le ragioni per vivere la propria vita.
Questo senso di comunità  – che trova il suo apice nell’impegno quotidiano e silenzioso dei volontari della protezione civile – è quello che davvero ancora contraddistingue il Trentino e che solo può consentirci in futuro di non omologarci al resto del mondo, per valorizzare le peculiarità di questa straordinaria terra.
Morire in montagna.
“Cosa ci trovi a faticare ore per raggiungere una cima”?
Spesso mi rimprovera mia moglie quando mi vede inquieto scalpitare per andare a fare una corsa in montagna, dopo giorni passati seduto in ufficio. Pur essendo un semplice “amatore”, lontano dalla preparazione tecnica di chi la montagna la vive quotidianamente e ne ha fatto una professione, mi colpisce quanto sia difficile comprendere il richiamo delle vette per chi è “fuori dal giro”.
Non si sceglie di entrare nel soccorso alpino se non si ha la malattia della montagna, quell’”impeto irresistibile” che ti spinge a arrivare su una cima “per vedere cosa c’è dall’altra parte”.
La montagna – come la vita – è fatica e gioia, solidarietà e sfida, solitudine e amicizia, felicità e disperazione, vita e morte; la montagna è cammino e contemplazione, è vicinanza al cielo.
Per questo la soluzione – di fronte all’ingiustizia della morte dei nostri uomini migliori per soccorrere altri alpinisti – non può essere semplicemente il divieto delle escursioni fuori pista, penalizzando ingiustamente i tanti appassionati che vivono con rispetto la montagna.
Ma cosa può fare la politica per favorire la migliore sicurezza complessiva?
Sicuramente serve sostenere il continuo aggiornamento nella formazione e la fornitura dei migliori materiali per chi deve intervenire nella fase di soccorso; in questo senso offre uno spunto di riflessione importante il richiamo di Tone Valeruz sull’uso dell’elisoccorso notturno.
Occorre poi alimentare continuamente i diversi corpi di volontariato con nuove leve, perché le giovani generazioni continuino l’impegno solidale dei loro padri.
Lo strumento normativo forse più efficace rimane quello delle sanzioni e dei ticket, che devono in qualche modo essere commisurate all’avventatezza con cui ci si è messi in pericolo, pur sapendo che questo potrebbe avere l’effetto distorsivo di ritardare la chiamata dei soccorsi per evitare conseguenze economiche negative.
Tuttavia c’è dell’ipocrisia nel concentrare l’attenzione soltanto sul “durante” e sul “dopo” (il soccorso).
Prima ancora c’è la fase della prevenzione. Dobbiamo lavorare nella diffusione di una cultura della montagna sempre più consapevole. La maggior parte degli interventi di soccorso non è dovuta alla temerarietà di persone comunque esperte, come nel caso dei due alpinisti friulani, ma alla assoluta incompetenza dei troppi turisti che si gettano fuori pista magari dopo aver bevuto in cima a piste trasformate in discoteche, o che credono di poter fare con le ciaspole – strumento molto più pericoloso degli sci – gli stessi itinerari che si compiono in estate.
Parliamo sempre di legare il turismo, vero motore dell’economia trentina, all’ambiente, alle tradizioni, alla cultura di montagna propri della nostra terra: forse dovremmo farci un esame di coscienza e chiederci se la promozione legata all’immagine del divertimento senza limiti, di solito con sciatori e snowboarder rigorosamente fuori pista, sia davvero la più lungimirante.
Guide alpine, accompagnatori di territorio, SAT, la rete dei rifugi presenti sul territorio, questi sono i primi baluardi contro l’avventatezza nell’andare in montagna.
E forse dobbiamo incominciare a far diventare patrimonio comune la consapevolezza che la montagna va rispettata, non è una semplice palestra o una piscina, e le escursioni non possono essere svolte sempre e comunque: le vere possibilità dell’alpinismo sono nelle rinunce e non nella tecnica.
Luca Zeni

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